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Da DecArch - Decorazione architettonica romana.
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Domenica 27 gennaio 2008: Archeologia e giornali

Per ottenere da una notizia un articolo d'effetto i passi sono i seguenti:

  • prendere la notizia (ad esempio: "Nello scavo di un altare in un santuario dedicato a Zeus, è stato rinvenuto materiale ceramico riferibile al 3000 a.C.")
  • scegliere e separare un elemento che si presta dal contesto (per esempio: "Le prime attestazioni del culto di Zeus risalgano a circa il 2000 a.C.)
  • unire le due cose insieme ("Dagli scavi recentemente condotti risulta che l'altare del santuario di Zeus era in uso mille anni prima dell'introduzione di questo culto")
  • darne le possibili interpretazioni: ("Questo vuol dire che l'introduzione del culto di Zeus potrebbe essere retrodatata di un migliaio di anni, oppure che nel santuario era già in precedenza adorata un'altra divinità")
  • scegliere per il titolo l'interpretazione di maggiore effetto, eliminando tutte le dubitative: ad esempio "Zeus più vecchio di mille anni"

Il risultato è che, dato che quello che si ricorderà sarà in prevalenza il titolo, e che quando tenterete di dire che no, non esiste prova certa che il culto di Zeus fosse iniziato nel 3000 a.C., qualcuno salterà su a dire: "Ma come? se che risalga al 3000 a.C. è provato dagli scavi x!" saltando a piè pari ogni distinzione tra dato di fatto ed ipotesi/intepretazione più o meno affascinante.

Le colpe non sono solo dei giornalisti, sebbene mi sia trovata a pensare in alcuni casi che, se si tiene a pubblicare articoli e notizie riguardanti argomenti culturali, bisognerebbe che lo facciano almeno persone con un livello di cultura sufficiente a capire ciò che devono trascrivere (ho letto un articolo in cui alcune date augustee, probabilmente per un'errata lettura dei propri appunti alla conferenza stampa, erano diventate "XIV secolo a.C." invece che "14 a.C." e un fraintendimento del genere avrebbe provocato grandi risate anche nella mia classe alle scuole medie). Del resto se uno ha un livello di cultura sufficiente forse non si considera pagato a sufficienza da una di quelle collaborazioni co.co.co. di cui suppongo si avvalgano anche i giornali in mancanza di soldi per pagare un professionista serio come merita.

A causa dell'equivalenza scavo famoso = disponibilità di finanziamenti per la ricerca, l'attività di promozione anche al di fuori delle pubblicazioni scientifiche è comunque una necessità concreta da parte degli archeologi.

Senza contare che indipendentemente da questi "bassi motivi", che però se si desidera operare in concreto, o anche solo fare qualcosa, vanno tenuti in considerazione, la divulgazione dei propri risultati (anche al grande pubblico, che in fondo è il committente finale, pagando con le proprie tasse le nostre ricerche) è a mio parere quello che ci distingue da uno che fa collezione di francobolli, ed è dunque di per sé buona cosa. Il problema è che gli archeologi sono persone come le altre e alcuni possono essere troppo "ingenui" in questo campo e non rendersi pienamente conto dei modi in cui viene trasformato quello che dicono, o in altri casi possono essere più attenti ai propri personali interessi (fama e carriera) che intereressati a far arrivare al pubblico un'informazione corretta.

Dato questo sostanzioso insieme di motivi, dubito che si possa cambiare la situazione: spero solo che si sia ancora in grado di esercitare la propria analisi critica su quanto si legge e rintracciare il dato oggettivo in mezzo alle enfatizzazioni promozionali o alle superficialità di questa specie di pseudo-cultura di massa. Almeno è un invito a farlo

(L'esempio si basa su questa notizia di stampa, ma non conoscendo nulla dei dati oggettivi dello scavo, è probabilmente anch'esso un'alterazione della realtà. Inoltre la notizia stessa serve solo di spunto per considerazioni più generali e la generalizzazione non è detto che si adatti al caso particolare)

MM

Venerdì 9 settembre 2011

Io credevo di lavorare in un museo. L'ho visto nascere, in tempi migliori di questo, ci ho messo anche qualcosa del mio. Ho pensato anche che fosse venuto bene, ho creduto che fosse qualcosa di buono, che servisse davvero a far capire qualcosa alla gente che ci passava e alla gente piaceva.

Ma poi, in questi quattro anni dall'apertura, l'unica cosa che ci hanno visto, mi sembra, è stato un luogo da sfruttare: una comoda posizione in centro, un bel panorama e dei bei tramonti. Eventi e mostre uno dietro l'altro.

Non che questo in assoluto non vada bene: gli oggetti esposti, i monumenti, vivono meglio se li si fa colloquiare con altro. Non è questo. Ma pian piano, irresistibilmente, sono cominciate le mostre che non c'entravano niente, che si facevano qui solo perché qui fa scena, che non dialogavano con il museo, anzi avrebbero voluto che gli spazi fossero vuoti e liberi, gli oggetti esposti, i video, i pannelli come ostacoli, da spostare se possibile, da metterci cose davanti senza rispetto. Gli spazi da affollare di altro, senza riguardo, per farsi pubblicità, senza pensare, senza amare, senza capire.

Le logiche che con la cultura non hanno nulla a che fare, un museo televisione, diamo alla gente quel che alla gente piace. Non spieghiamo nulla, no, sia mai che si stanchino e non vengano, piuttosto semplifichiamo e riduciamo tutto in pillole. Niente parole difficili: che non si parli di volti se tutti dicono facce: è così che si fa divulgazione.

Con i colleghi ci guardiamo afflitti ogni volta, increduli che stavolta sia ancora peggio, che contiamo sempre meno, noi, le nostre idee e quello che abbiamo fatto. E a me sembra proprio di non aver più nulla da fare in un posto come questo e se non sentissi solidarietà con chi sta sulla mia stessa barca, beh, abbandonerei la nave al suo destino: io ci ho provato, ma non è tempo, più per noi.


Giovedì 22 settembre 2011

Oggi c'è stato un convegno (a cui miracolosamente sono riuscita ad andare) sui ritrovamenti degli scavi della metro C nell'ex aiuola davanti alla chiesa di Santa Maria di Loreto. Molto interessante, provo a fare una sintesi di quello che ho appreso di nuovo, anche se non riguarda poi molto la decorazione architettonica.

Di seguito, invece, le mie impressioni personali.

Le aule scoperte rappresentano certamente un unicum, e sulla loro interpretazione ci sarà certamente da discutere. Alcuni elementi di perplessità sull'identificazione sono emersi nella discussione: se si trattava (essenzialmente) di aule per l'insegnamento, perché manca un podio per la cattedra? e perché le gradonate sono disposti l'uno di fronte all'altro invece che in forma teatrale come generalmente negli odea? perché non sono simmetriche? Palombi ha suggerito inoltre che il nome Athenaeum implichi un collegamento con il culto di Atena, che in questa zona non è invece attestato (e sul quale si sono basate le altre ipotesi di collocazione); la Carnabuci, invece, ha suggerito un uso come aule giudiziarie, in relazione al loro collegamento al portico curvilineo antistante.

A me inoltre (forse per colpa mia) non è chiaro su che basi si ipotizza che il muro curvilineo che collega le tre aule sia il muro di fondo di un portico (è un'ipotesi, magari anche sensata, o si sono ritrovate le fondazioni del colonnato?). E l'edificio che nella pianta pubblicata sulla locandina si vede a sud dell'aula meridionale, alle spalle della biblioteca occidentale, ricostruito come un portico con esedre sul fondo, è un'ipotesi immaginata solo sulla base del frammento della Forma Urbis Severiana o ci sono anche resti archeologici?

Le aule e il loro eventuale portico antistante, sono collegate al porticato con esedre a sud (dalla pianta), mentre non sembra esserci un collegamento così diretto con le cosiddette biblioteche del Foro di Traiano, che pure funzionalmente dovrebbero essere strettamente legate alle aule.

La forma della platea Traiani, indipendentemente dalla presenza o meno del tempio al centro di essa, in teoria dovrebbe avere una forma simmetrica (e del resto la strada incurvata rinvenuta dal Gatti indica che così fosse): sono incuriosita da cosa si possa immaginare sul lato opposto e dalla sua eventuale relazione con i Mercati di Traiano: poco lontano inoltre c'è la più vicina delle due "aule di testata" del Grande emiciclo, che, per la presenza di un bancone e il rivestimento in marmo sono state anch'esse interpretate come luoghi per attività culturali.

Per il rivestimento in marmo delle aule, dai dati riportati nella relazione di Matthias Bruno, in effetti tutto indurrebbe a pensare che si tratti di un intervento successivo e non del rivestimento originario: l'utilizzo di marmi bianchi diversi disposti casualmente e il disegno irregolare delle lastre rappresentano una sciatteria davvero inconsueta in quest'epoca e in un monumento di committenza imperiale.

Il cantiere adrianeo di completamento può essere stato realizzato effettivamente da maestranze diverse da quelle che lavorarono nel Foro di Traiano, a distanza di oltre 10 anni dall'inaugurazione ufficiale. Tuttavia il capitello tradizionalmente attribuito al tempio, che appartenga al tempio o al propileo monumentale, comunque pertinente alla fase adrianea, stando al Leon è stato prodotto dalle medesime officine, sebbene con alcune piccole varianti che gli suggerirono la sua classificazione in un sottogruppo distinto. I fregi-architrave rinvenuti nell'Ottocento in scavi nel cortile di Palazzo Valentini, oggi sede della Provincia di Roma, mostrano invece differenze più accentuate (per esempio nel disegno del kyma lesbio trilobato del coronamento dell'architrave) e io ritengo che fossero stati prodotti da una diversa officina. La cornice comunemente collegata ai fregi-architrave, tuttavia, sembra invece identica nel disegno e nella resa delle modanature a quelle del Foro di Traiano. Nello stesso Foro di Traiano un'officina diversa da quella che avrebbe lavorato nella Basilica Ulpia e nei portici della piazza, avrebbe lavorato all'interno delle cosiddette biblioteche (un officina in questo caso più tradizionale e legata alle tradizioni flavie). I capitelli del secondo ordine sono inoltre non finiti nelle parti non visibili.

Si potrebbe dunque immaginare che il tempio (o il propileo di accesso) fosse stato completato dalle officine che avevano lavorato alla basilica e ai portici della piazza, mentre l'officina delle biblioteche avrebbe potuto essere occupata nella realizzazione delle aule e nella decorazione della piazza con un colonnato aggettante dotato di avancorpi, a cui apparterrebbero i fregi-architrave (ma anche la cornice).

Il frammento di capitello corinzieggiante in pavonazzetto, attribuito ad un ordine di lesene della decorazione parietale delle aule, è frutto di una concezione decorativa completamente diversa. In proposito mi piacerebbe vedere sia questi frammenti, sia i frammenti di incorniciatura di porta rinvenuti se ho capito bene in situ in una delle aule, ai quali ha accennato Egidi, e anche le modanature decorate della decorazione in stucco delle volte.

In ogni caso le decorazioni architettoniche che io conosco e che si possono ipotizzare appartenenti al completamento adrianeo, coevo alla realizzazione delle aule, non sembrano giustificare una tale cesura nelle modalità di lavorazione (non necessariamente nella disponibilità di materiale) da implicare una tale irregolarità introdotta nelle pavimentazioni. Il confronto tra il pavimento della biblioteca occidentale e il pavimento identico per schema e per varietà di marmi dell'aula centrale rende evidente la differenza e non basta, secondo me, a giustificarla la necessità eventuale di risparmiare il materiale (che peraltro non sembra essa stessa avere giustificazioni in questo periodo). Un restauro nella pavimentazione in marmo non sembra neppure così improbabile, se si tratta di ambienti restati in uso ancora nel V secolo.

Non conosco i dati stratigrafici che hanno indotto a concludere che il rivestimento attualmente in situ sia quello originario, ma certo si tratta di una notevole stranezza, che cozza con quello che conosciamo degli usi e delle modalità di lavorazione dei cantieri in quest'epoca: questa datazione è dunque un problema da risolvere.

L'impiego di giunti ondulati tra lastre di marmo dello stesso colore è secondo me una raffinatezza di lavorazione (ci vuole più tempo e più attenzione rispetto al fare un giunto diritto, mi pare) che serve a mascherare la mancanza di disponibilità di blocchi di marmo di dimensioni sufficienti ordinati dalle cave direttamente per il cantiere: a queste modalità si deve probabilmente la loro presenza nella pavimentazione dell'aula di culto severiana del Tempio della Pace. Giunti ondulati sono presenti anche fusti di colonna giganti in granito grigio del Foro, tradizionalmente attribuiti al tempio, in granito grigio, data la possibile mancanza in cava di vene di buona qualità di sufficiente dimensione per ricavarne fusti monolitici alti 50 piedi (difficoltà che ha probabilmente comportò anche il cambio di progetto nella realizzazione del pronao del Pantheon), dove i pezzi aggiunti all'estremità dei fusti sono stati uniti con giunti ondulati in questo caso anche per motivi statici. Una simile modalità si vede anche in piccoli tasselli di restauro sui fusti della Basilica Ulpia e dunque non sembra essere una caratteristica solo del cantiere di completamento adrianeo.

Ho trovato molto interessante l'intervento di Silvia Orlandi. Se però le basi sono state ritrovate in un contesto di VI, provengono certamente da non molto lontano, ma non necessariamente proprio dal portico antistante alle aule. Diverse basi tardo-antiche sembrano essere state collocate anche nelle piazze forensi, sia nel Foro di Traiano, che nel Foro di Cesare, e sarebbe interessante vedere se esiste con quelle già note una qualche somiglianza, indipendentemente dall'esatto luogo di provenienza. Un frammento di base giace anche al limite settentrionale dell'area archeologica della Colonna Traiana (anepigrafe, come diverse altre).

La proposta di collocare l'iscrizione di dedica di Adriano a Traiano e Plotina come fregio-architrave dei portici intorno alla Colonna, tomba di Traiano, mi pare molto interessante. Purtroppo non credo che la lastra dei Vaticani ci possa dare indicazioni sulla struttura originaria del blocco, che potrebbe essere stato ritagliato a lastra subito dopo il ritrovamento: mi piacerebbe invece sapere se qualche indizio per attribuire l'iscrizione ad un fregio-architrave sia presente sul frammento rinvenuto nello scavo. C'è anche da suggerire che le misure dovrebbero allora adattarsi anche al fregio-architrave per colonne aggettanti e per avancorpo ritrovato nell'Ottocento sotto il cortile di palazzo Valentini e che potrebbe essere attribuito alla decorazione della platea Traiani.

Quanto alla questione della collocazione del tempio: vorrei introdurre una nota polemica. Carandini ritiene ormai che il suo ruolo sia buttare sul piatto delle ipotesi per scatenare la discussione (il ché probabilmente non fa neanche male), ma lo fa da comunicatore mediatico e non da archeologo, e quel che è peggio non esponendo poi troppo direttamente se stesso, ma lasciando che giovani entusiasti vadano allo sbaraglio. Non mi importa direttamente che abbia grazie alla sua notorietà richiesto un intervento non previsto: non si tratta di questione di scortesie che potevano essere risparmiate (se fosse stata una cosa seria, avrebbe ragione lui, chi se ne frega), ma del fatto che l'intervento per forza di cose è stato molto breve e non ha consentito di comprendere un gran ché oltre a quanto già comparso sui giornali. Così non è servito a nulla. Quello che è sembrato (magari sarà colpa del tempo che non bastava, ma allora perché non farci sopra un convegno a parte?) è che in base all'interpretazione di alcuni resti rinvenuti nello scavo della Provincia sotto palazzo Valentini come possibile podio del tempio di Traiano, si è voluta proporre una ricostruzione semplicemente appiccicandoci dentro tutti i dati conosciuti nella bibliografia precedente, senza una vera riflessione critica per valutare le diverse ipotesi proposte. Così ancora una volta mi chiedo perché le esigenze mediatiche debbano così tanto azzerare le esigenze di correttezza scientifica. L'ipotesi è interessante e penso che valga la pena di discuterla, ma così? così sembra solo, ancora una volta, buttata fuori solo per fare notizia, senza averci fatto una vera riflessione sopra. Ecco: si poteva evitare...

MM